giovedì 7 ottobre 2021

Sentieri selvaggi (Liber amicorum Mauro della Porta Raffo, 2020)

 

Sentieri selvaggi (Liber amicorum Mauro della Porta Raffo, 2020)

 

C’è stato un tempo, in verità molto lontano, in cui essere uomini aveva un profondo significato.

Qualità considerate – a torto o a ragione – maschili, come il coraggio, erano importanti.

In quel tempo, l’umanità era ancora capace di distinguere l’eroismo e di ammirare gli eroi, persone straordinarie, capaci di compiere generosi atti di coraggio.

Coraggio, cor habeo, virtù oggi banalizzata, svuotata di significato.

Anni di nichilismo, di svilimento della vita umana, di abbruttimento consumistico e di ateismo ci hanno fatto perdere di vista la sacralità della vita, la straordinaria unicità della vita di ciascun essere vivente, il miracolo che fa sì che ogni istante – ogni singolo istante – sia diverso da tutti gli altri.

Oggi si desidera essere come gli altri, uguali ai modelli propagandati dai media, dalla pubblicità, dagli influencer.

“È una malattia.

La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità” (Richard Yates).

Si ha paura di essere se stessi.

Forse, è anche per questo che è difficile incontrare un vero artista:

“Il vero artista è uno che crede profondamente in sé stesso, perché è profondamente sé stesso” (Oscar Wilde).

Eppure, ciò che rende ciascuna vita così preziosa è proprio la sua unicità.

Ciascuna vita – finché è vita - è ora e mai più, esattamente come ciascun istante è diverso dall’altro: così è sempre stato e così sempre sarà.

L’eroe non è il suicida che odia la vita e si fa esplodere per guadagnarsi il paradiso. L’eroe ama la vita e se rischia la propria è per aiutare il prossimo.

Spesso, la sua dote principale non è il coraggio, ma la compassione.

Per il cristiano, la carità, la virtù teologale che è amore di Dio e amore del prossimo in quanto creatura di Dio:

“Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore (…) Ama il tuo prossimo come te stesso. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi” (Marco 12,28-31).

Un uomo saggio ha usato queste parole:

“Je crois que la vie est belle car elle se termine” (Jean d’Ormesson).

Sembra una contraddizione: tutti noi siamo in grado di distinguere l’istante meraviglioso e pensiamo che sia triste che debba essere finito.

Eppure, quell’istante è meraviglioso proprio perché diverso da un istante orribile: senza l’uno, non ci sarebbe l’altro.

Il grande miracolo è la diversità, la sacralità è data dall’unicità irripetibile.

Perpetuum mobile, panta rei, ogni fine è un inizio…

Forse, per chi come me non ha fede e non può credere a un significato trascendente, la vita non andrebbe considerata come un viaggio individuale, ma come un viaggio collettivo della vita stessa – sopra una sfera in movimento tra miliardi di corpi celesti – incominciato nella notte dei tempi in un luogo dell’universo a noi ignoto e destinato a concludersi alla nostra destinazione finale.

Noi esseri umani non siamo che una tra le molteplici forme della vita.

Per noi, romantici cresciuti nel culto della virtù dell’eroismo, la bellezza della vita umana, la sua piena realizzazione, può compiersi in un singolo atto di eroismo.

Tuttavia, siamo in grado di distinguere tra veri e falsi eroi, non ci lasciamo portare fuori strada dalle esagerazioni dei cattivi giornalisti, per i quali chiunque compia il suo lavoro scrupolosamente diventa un eroe.

Nossignori, non è così.

Il nostro modello di eroe è Ethan Edwards (John Wayne) in ‘Sentieri selvaggi’, che per anni insegue i Comanche per riportare a casa la nipote Debbie, rischiando la propria vita.

Noi, forse ingenui, siamo cresciuti sognando la nostra entrata in scena trionfale, l’istante che avrebbe rivelato – a noi stessi e al mondo – che eravamo coraggiosi, capaci di quell’unico gesto di eroismo che solo avrebbe dato un significato alla nostra vita mortale.

Naturalmente, ogni eroe vive quell’attesa come una noia e questa è la sua croce.

Come Giovanni Drogo, il protagonista de ‘Il deserto dei tartari’, il rischio è attendere passivamente, sprecare la vita nell’attesa di qualcosa che potrebbe non giungere mai.

Alla fine di una vita sprecata, senza un atto di eroismo non vi è riscatto possibile: noi non la pensiamo come Dino Buzzati, non ci basterebbe come consolazione il pensiero di morire con dignità.

Noi vorremmo morire martiri per aiutare il prossimo.

No, non siamo passivamente inetti: nell’attesa della nostra occasione, facciamo del nostro meglio per ingannare il tempo e, soprattutto, per migliorarci.

“Poiché il suo corpo è condannato a morte, il suo compito sulla Terra evidentemente deve essere più spirituale: non un totale accaparramento di beni nella vita quotidiana, non la ricerca di modi migliori per ottenere beni materiali e quindi non la spensieratezza con il loro consumo.

La vita deve invece essere il compimento di una riflessione costante e seria in modo che il nostro viaggio nel tempo possa essere soprattutto un'esperienza di crescita morale, per diventare esseri umani migliori” (Aleksandr Solgenitsin).

Così, dopo molti lustri in questo mondo, la nostra unicità si accresce di caratteristiche che entrano a far parte della nostra personalità.

Pur detestando Sartre, devo ammettere che è in parte vero che sia l’esistenza a determinare l’essenza, almeno dopo un lungo percorso.

Soprattutto, non vogliamo smettere di pensare, di provare emozioni, di interessarci alle cose.

I risultati dei nostri sforzi individuali sono – ancora una volta – unici e irripetibili.

Penso a MdPR: chi è straordinariamente colto, per contrappasso è condannato a vivere in un mondo di ignoranti.

Se poi chi è colto (e la sua cultura è il frutto di una curiosità intellettuale a trecentosessanta gradi) ha una memoria prodigiosa…

Beh, non oso pensare che opinione possa avere dei comuni mortali che poco studiano, non tutto capiscono e quasi nulla ricordano.

Oggi, l’umanità è inebetita, costantemente alla ricerca di soddisfare bisogni indotti, senza più valori, senza una vera volontà di cambiamento, sempre con la mente altrove, davanti ai propri schermi, ignorante, indifferente, impassibile rispetto alla quasi totalità dei problemi importanti ma anche rispetto alle effettive esperienze altrui, tanto che uno scrittore del ventesimo secolo descrisse così la vita:

“La vita è movimento.

Un moto, però, circolare (intorno a quel piccolo nucleo che si chiama ‘io’), un moto talmente circoscritto che assomiglia a un piétiner sur place.

Circoscritto dal gran cerchio d’ombra di tutto quello che sfugge alla nostra cognizione, o di cui non c’interessa cognizione.

E non alludo allo scibile, né tantomeno al “mistero dell’universo”, alludo a ciò che rappresenta la realtà spicciola, la più vicina a noi.” (Guido Morselli, Dissipatio H.G.).

Libere elezioni democratiche portano al potere una classe dirigente simile ai propri elettori: terrorizzata dai cambiamenti imposti dalla modernità, ignorante, inesperta.

La parole pronunziate nel 1980 da Isaac Asimov, davvero profetiche, descrivono la situazione:

“Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi ‘la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza’".

In questo teatro, ciascuno di noi recita la sua parte, senza darsi cura di ascoltare la parte di tutti gli altri oppure (peggio!) costretto ad ascoltare le parti dei soliti famosi imbecilli.

Nel mio ‘L’uomo di seta’, ho esortato mia figlia con queste parole:

“Fai tutto questo nella piena consapevolezza che forse non otterrai alcun beneficio: alla fine, tuttavia, non sarà stato inutile perché è nella misura dello sforzo che all’ultimo istante giudicherai la tua vita.

Il risultato, spesso, non dipende da noi.”

No, questo mondo non cambierà in meglio, non assisteremo a un nuovo Rinascimento.

Rassegnati, nell’attesa forse vana della nostra entrata in scena trionfale, continueremo a dedicarci ai nostri passatempi: MdPR scriverà un milione di nuove voci del suo folle e sublime ‘Dizionario Enciclopedico’, imparando nuove nozioni senza mai dimenticare le vecchie.

Ma soprattutto, continuerà a mandare agli amici gli straordinari frutti della sua cultura: ne abbiamo bisogno, sono un benefico conforto.

Per cui, anche se “La vie est belle car elle se termine”, fatti i debiti scongiuri io brindo alla mia amicizia con MdPR augurandogli (e augurandomi) di commentare le elezioni americane almeno fino al 2060.

martedì 5 ottobre 2021

La leggenda di Captain Hook

 

LA LEGGENDA DI CAPTAIN HOOK

Secondo Nanni Svampa, milanese trasferitosi a Portovaltravaglia, la straordinaria vena creativa dei Luinesi sarebbe dovuta a una sotterranea vena magnetica che, partendo dal Monte Verità, lambirebbe la parte settentrionale della “sponda magra” del Lago Maggiore.

 

In questo fazzoletto del Varesotto, capita ancora oggi di ascoltare storie meravigliose, narrate al bar da vecchi giocatori di scopa o di biliardo, in cui realtà e fantasia, sapientemente mescolate per anni, sono ormai inscindibili.

Ne conosco molte divertenti, ma la mia preferita resta quella di Captain Hook.

 

Era il 1977, Dino Risi stava girando La stanza del vescovo, tratto dal romanzo di Piero Chiara. Cinque ragazzi di Portovaltravaglia organizzarono una gita in barca, per andare a spiare la troupe e, se possibile, vedere da vicino la bellissima ventiduenne Ornella Muti. Decisero di partire con il motoscafo più bello del piccolo paese, quello dell’Ing. Alfredo Sonzini, un Riva Florida del 1963. Ne parlarono col figlio Luigi, classe 1942, il quale accettò volentieri. Così, in sei, il numero massimo consentito sul motoscafo, partirono all’inseguimento della Tinca, la barca a vela del protagonista.

 

Giunti a destinazione Luigi, che già aveva avuto flirt con un paio di note attrici, riuscì a farsi fare autografi per tutti e a invitare a cena le truccatrici, nella speranza (vana) di conoscere la Muti. La serata finì in allegria e uno dei ragazzi, che fino a quel giorno era sempre stato oggetto di scherzi a causa della sua gobba, perse la verginità nella camera d’albergo di una trentenne un po’ sovrappeso.

Al mattino, gli amici lo aspettarono al molo. Arrivò insieme a lei, appagata, felice. Lo accolsero con un applauso, dandosi di gomito e preparandosi a sfotterlo, ma lei li zittì:

“Ridete, ridete. Ma sappiate che l’applauso è meritato: io di uomini ho una certa esperienza e questo qui è uno stallone!”.

 

La voce che il gobbo fosse uno stallone non tardò a diffondersi per Portovaltravaglia.

Lui, che dopo la scuola aveva sempre fatto piccoli lavori per guadagnarsi qualche lira, diventò il più richiesto nelle ville. Più che altro, quelle mogli annoiate lo osservavano mentre tagliava l’erba, spostava un vaso pesante o saliva su una scala per potare un vecchio albero, ma nessuna osò spingersi più in là.

 

Poi, verso la fine di giugno, come ogni estate, arrivò in paese la famosa cantante Lena Olnivorna. Bella, spregiudicata, libera, un figlio appena più giovane del gobbo, fino a quel 1977 aveva trascorso il tempo prendendo il sole a bordo piscina, giocando a tennis e a canasta. Quell’anno invece la vita sociale nella sua villa venne ridotta al minimo e nei pomeriggi estivi villeggianti di passaggio udirono distintamente gemiti che non era possibile confondere con esercizi musicali.

 

Alla fine di settembre, seduto sul sedile posteriore della Mercedes 350 SE, il gobbo fu riportato a Milano come il trofeo di uno strano safari. Gli amici, sbalorditi e invidiosi, si aspettavano di vederlo ritornare dopo qualche giorno.

La sera, al bar, qualcuno diceva: “Secondo me domani torna il gobbo” e si aprivano le scommesse.

 

Invece passò l’inverno, alla fine di giugno Lena Olnivorna tornò alla villa, ma del gobbo neanche l’ombra. L’unica persona che sapesse dov’era era la madre, vedova dal lontano 1973, sarda come il suo povero marito, ma lei non diceva nulla. A chi le domandasse come stava suo figlio, immancabilmente rispondeva: “Bene, grazie. E il suo?”.

 

Nell’estate del 1980, Luigi Sonzini era a Saint Tropez. Seduto al bar Sénéquier, sorseggiava un Kir Royal osservando distrattamente gli yacht ormeggiati lì davanti. A un certo punto, da un motorino pieghevole scese un ragazzone un po’ gobbo, con un paio di bermuda beige e una camicia di lino blu: il gobbo!

Lo chiamò col suo nome, che in paese nessuno – a parte la madre - aveva mai usato: “Gavino!”.

Si voltò, si videro e si salutarono calorosamente. “Che ci fai a Saint Tropez?”.

“Sono in crociera sullo yacht di Sissi Ramazzotti, la stilista, e lei?”.

“Non darmi del lei, mi offendo! Sono qui in albergo, resto un paio di settimane. Ma raccontami, vivi a Milano, cosa fai?”.

“Sì. Faccio lo stilista, disegno la collezione maschile della Ramazzotti”.

“Ma pensa, non sapevo che sapessi disegnare”.

“No, non so disegnare. Vado a New York, compro qualcosa nei grandi magazzini tipo Neiman Marcus e lo copio”.

Risero. “Vuoi salire in barca? Ti presento Sissi e ci beviamo un aperitivo”.

“Grazie, con piacere”.

Così si ritrovarono seduti nel pozzetto di uno yacht di 90 piedi, osservati con invidia dai passanti.

Sissi, per rompere il ghiaccio, domandò: “Come ha conosciuto Kevin?”.

Sonzini, che non era uno stupido, trattenne una risata e raccontò una bugia: “Sul set di un film”.

E lei, rivolta a Gavino: “Kevin, non mi hai mai detto di essere stato un attore…”.

“Beh, c’è poco da dire. Ero soltanto una comparsa”.

“E lei, Luigi?”.

Lui si schernì: “Io volevo l’autografo di Ornella Muti”.

Cenarono insieme, in barca, serviti da un maggiordomo in livrea. Poi Luigi, che non vedeva l’ora di telefonare a qualche amico di Portovaltravaglia per raccontargli l’incredibile storia, tornò da solo in albergo.

 

Così la storia del gobbo divenne una leggenda. Ci fu chi disse di averlo incontrato a Roma, chi di averlo scorto al TG1, seduto in prima fila alle sfilate di Giorgio Armani, chi giurò che era l’amante della figlia del più noto industriale dell’epoca.

 

Gli anni passarono. Portovaltravaglia, a dieci chilometri dal confine, è un paese di frontalieri. Un pomeriggio, un compagno di classe del gobbo, ora saldatore a Pregassona, si fermò a Fornasette a fare benzina. Alla cassa, sul bancone, si ritrovò davanti un settimanale in tedesco con – proprio in copertina – la fotografia della principessa Stéphanie di Monaco, appena divorziata da Daniel Ducruet. Incredulo, inforcò gli occhiali da presbite. Accanto alla principessa, sorridente, c’era il gobbo! Tutto il paese si passò, di mano in mano, quella incredibile fotografia. La sera, al bar, gli amici di sempre, oggi padri di famiglia di mezz’età, si vantavano di aver conosciuto “il futuro principe” e restarono delusi quando Stéphanie si risposò con Adans Lopez Peres!

 

Intanto, la vecchia madre aveva lasciato Portovaltravaglia già da molti anni: si diceva che fosse tornata in Sardegna da sua sorella. Eppure, l’appartamento proprio sopra la farmacia non era stato venduto.

 

Una mattina di giugno, circa dieci anni fa, Gavino tornò a casa.

Arrivò in treno, alla piccola stazione di Portovaltravaglia, con una pesante valigia di Vuitton e camminò per tutta via Roma. In trentatré anni, il paese era cambiato. Tutti i vecchi negozi erano chiusi, eccetto Stornelli, il ferramenta. Dopo l’apertura del nuovo supermercato, avevano chiuso panetteria, latteria, macelleria, tintoria, profumeria e il vecchio negozio di giocattoli.

Fu proprio Stornelli a dare la notizia. Così, quella sera, un manipolo di vecchi amici si ritrovò al bar a commentare l’incredibile notizia, ma nessuno trovò il coraggio di andare fino alla farmacia, a suonare il citofono del gobbo.

 

Nei giorni successivi, lui uscì raramente, soltanto per andare al supermercato. Elegante, perfettamente pettinato (aveva ancora folti capelli grigi), ogni tanto scambiava due parole con la cassiera o accennava un saluto quando incontrava un viso famigliare, ma al bar non lo si vide mai.

“E’ diventato uno stronzo, proprio uno stronzo”, commentavano gli ex compagni di scuola. “Chissà chi si crede di essere”. “Kevin un cazzo, Gavino è stato battezzato e Gavino verrà seppellito, quel gobbo di merda”. “Altro che stilista, quello ha messo la minchia a reddito!”.

Eppure, sotto sotto, erano fieri di lui.

 

Un pomeriggio, alla cassa del supermercato, una signora olandese cercava di domandare alla cassiera dove si trovasse il veleno per topi. Gavino era in coda. In un perfetto inglese fece da traduttore. Il resto fa parte della leggenda: la invitò a cena a Luino, dormì nella villa di lei e, tre giorni più tardi, abitavano insieme. Per il suo compleanno, lei gli regalò una Jaguar e a quel punto fu evidente che la loro relazione era una cosa seria.

 

Con la Jaguar, Gavino andava spesso a Luino, al caffè Clerici e si sedeva da solo a bere un bianco. Nessuno sa cosa gli passasse per la testa, ma amava quel luogo e restava anche un’ora a guardare le barche nel vecchio porticciolo. Proprio lì, una sera di ottobre, se lo ritrovò davanti uno dei vecchi amici di un tempo: “Gavino, ciao, mi riconosci?”.

“Certamente, anche se sei un po’ ingrassato!”.

Scherzarono, ricordarono un viaggio in motoscafo di trentatré anni prima, si lasciarono promettendo di rivedersi dal Vanni, a Portovaltravaglia.

 

Finalmente, una sera di novembre, la Jaguar passò piano davanti al bar del Vanni. Gavino scese, in jeans, maglione a collo alto e stivali da cow-boy. Unirono due tavoli e lui raccontò per mezz’ora dei suoi viaggi a New York, della sua società ora fallita, dei quattro figli avuti da tre mogli diverse e di molte altre incredibili avventure.

Venne interrotto: “Gavino, raccontaci delle donne! Il resto non ci interessa. Quante ne hai avute?”.

Lui sorrise, poi sornione sussurrò: “Trecento, forse quattrocento”.

“Ciumbia! Aveva ragione la truccatrice cicciottella, te la ricordi?”.

“Forza, rivelaci il tuo segreto: quanto è lungo?”.

“No, non è tanto quello”. Fece una pausa, poi: “Non ho soltanto la gobba sulla schiena, ma anche…” e indicò la patta dei jeans. “A New York, una delle mie amanti mi aveva soprannominato Captain Hook, Capitan Uncino!”.

Risate. Lui proseguì: “Io me ne vergognavo. Invece la curvatura alle donne piace, le fa impazzire!”.

Tutti risero fragorosamente, mimando con ampi gesti dell’ombrello l’osceno segreto.

 

A Natale, chiuse la casa sopra la farmacia e se ne andò a vivere ad Amsterdam.

La villa della signora olandese è stata venduta.

Non è più tornato, nessuno sa se tornerà.

Eppure, dieci anni più tardi, dopo un paio di bicchieri, capita che qualcuno racconti ancora oggi la sua storia, la storia di Captain Hook.