giovedì 27 giugno 2019

Discorso alla consegna del Premio Cesare Pavese 2012 - Sezione Narrativa Inedita


Alfredo Tocchi - Discorso alla consegna del Premio Cesare Pavese 2012 – Sezione Narrativa Inedita
In Italia, tutti scrivono: esiste la scuola dell’obbligo. Tutto è stato già scritto, ma nessuno più legge: perché io voglio scrivere? Forse perché potrebbe darmi piacere: “Accorgersi che si era capaci di inventare qualcosa; di creare con abbastanza verità da esser contenti di leggere ciò che si era creato; e di farlo ogni giorno che si lavorava, era qualcosa che procurava una gioia maggiore di quante ne avessi mai conosciute. Oltre a questo, nulla importava.” (Ernest Hemingway). O forse perché, come scrisse Elias Canetti, lo scrittore aspira a una modalità di sopravvivenza, di trasmissione della vita, che è esattamente all’opposto di quella incarnata dal potente paranoico. Nella letteratura, come del resto in ogni altra forma d’arte, si concretizza il sogno di arrivare a una seppure relativa immortalità in modo pulito. Non si cerca di sopravvivere mortificando il prossimo: l’artista trasmette al prossimo le sue forze vitali in modo del tutto positivo. Chi legge un romanzo, ascolta un brano musicale o osserva un dipinto ritrova la personalità dell’autore. Il capolavoro è l’opera capace di trasmettere le sensazioni di un uomo vissuto magari in un’altra epoca a un lettore, ascoltatore o osservatore lontano nello spazio e nel tempo. Un uomo dotato di volontà di potenza, ma in senso buono. Soprattutto, un uomo unico, come tutti gli altri – l’unicità è il vero sottovalutato miracolo della vita - ma a differenza degli altri capace di lasciare una seppur piccola traccia del proprio passaggio, della propria originalità: per questo l’originalità è il vero, unico, tratto distintivo dell’opera d’arte contemporanea.
Da cosa nasce la necessità di scrivere? Paul Auster, un autore che amo per la sensibilità così simile alla mia, ha dato la risposta che preferisco: Dal dolore, la scrittura. Quando non si è più in sintonia con chi ci sta accanto, si cercano sconosciuti amici: i lettori. “Lo scrivere è proprio questa contraddizione che dal fallimento di una comunicazione crea una comunicazione ulteriore, che è parola per gli altri, ma parola senza l’altro.” (Roland Barthes, Miti d’oggi).
Voi mi avete letto, tra di noi si è stabilita una comunicazione e io vi ringrazio, dal profondo del mio cuore. La discreta eleganza del Professor Gatti s’intona con la sua cultura d’altri tempi. L’esuberante bellezza della Professoressa Romanelli non stona affatto con la serietà con cui svolge il suo compito di Presidentessa della giuria. Eravate due sconosciuti amici, ora che vi vedo in carne e ossa provo il desiderio di abbracciarvi.
Se qualcuno mi avesse domandato: “Come stai?”, gli avrei risposto che mi mancava Giordano.
Ma Giordano non esiste e nessuno – eccetto a volte il nostro medico – ci domanda come stiamo, per sentire veramente la risposta.
Per quasi tre anni ho vissuto in un mondo inesistente. Non tutto il mio tempo, certo. Ma comunque il tempo necessario per scrivere un romanzo. Mi sono moltiplicato per il numero dei miei protagonisti: ero la dolce Masha e la sua amica Galya. Ero Giordano e Aisha, il Professor Caccamo, Natalia, la Principessa del carnevale di Rio, il Maestro ed ero Giulio, naturalmente. Esistono personaggi letterari ben più noti e più vivi di uomini in carne e ossa che incontriamo tutti i giorni. Pensate a Don Chisciotte, a Ismaele, a Don Fabrizio Corbera Principe di Salina… Del resto, la letteratura è l’arte figurativa per eccellenza, perché consente di ricreare il pensiero astratto, la più alta caratteristica umana.
L’unico essere vivente che ho evocato nel mio libro che non è svanito è Wigo. Sono rimasto soltanto l’uomo col cane. E infatti Wigo è qui con noi, tra il pubblico, accucciato ai piedi di mia figlia.
Possono mancarmi i personaggi di un romanzo? Certo, perché è il mio romanzo. Un romanzo che resterà inedito, perché io non sono uno scrittore. Eppure, voi lo avete letto e mi avete reso meno solo, felice e fiero del Premio che mi avete assegnato. Qualche anno fa, mi sono risvegliato dal coma. Un’ischemia cerebrale ha cambiato per sempre la mia vita, mi ha fatto perdere le mie piccole sicurezze umane, le conquiste frutto di un duro lavoro. Se tutto può essere perso così, che valore può avere la vita? Che senso hanno le nostre conquiste, così effimere, così fragili? La letteratura mi è stata di aiuto. Leggendo Il vecchio e il mare di Hemingway, ho riflettuto sull’estetica della lotta. Lottare ci rende uomini, soprattutto quando siamo consapevoli dell’inutilità della lotta. Io ero ancora un uomo, anzi ero più che mai un uomo, liberato dai semplicistici pregiudizi sul mondo, la fede, le passioni. Dovevo trovare una valvola di sfogo: la consapevolezza brucia. Il mio nucleo era rovente. Così, istintivamente, ho iniziato a scrivere. La scrittura ha una funzione catartica: quando il dolore è talmente forte da isolarci dal mondo, è nella scrittura che cerchiamo un rifugio. Perché scrivere ci costringe a riflettere. E cos’altro possiamo fare se non riflettere e accettare il nostro Destino di uomini mortali? Dove possiamo fuggire? Inoltre, scrivendo lanciamo un disperato messaggio nella bottiglia a un’indistinta umanità capace di comprenderci, di essere al nostro fianco, di condividere la nostra sofferenza: la compassione è il più nobile dei sentimenti.
Ho condiviso con voi il frutto della mia sofferenza, della mia esperienza terrena. Sembra poco, ma per me – che volevo lasciare una seppur piccola traccia del mio passaggio - è tutto.
E’ davvero bello ritrovarsi qui, in questa casa che fu di Cesare Pavese, a parlare di letteratura. Avete saputo creare il clima intimo e piacevole di una serata tra vecchi amici. Sento un brivido lungo la schiena a parlare della solitudine degli scrittori qui, nella casa dove visse Lui. Per scrivere, occorre essere soli, lontano da quella che un altro grande scrittore suicida definì la dolorosa concitazione della vita. La scrittura attua una “sospensione dalla vita”. Pensate a Marcel Proust e alla sua stanza foderata di sughero… Scrivere ci costringe a guardarci dentro, il bravo scrittore impara a osservare il mondo con un interesse e una curiosità particolari, ed è particolarmente importante farlo oggi, in un momento storico in cui l’umanità sembra essere inebetita, costantemente alla ricerca di soddisfare bisogni indotti, senza più valori, senza una vera volontà di cambiamento, sempre con la mente altrove, davanti ai propri schermi, ignorante, indifferente, impassibile rispetto alla quasi totalità dei problemi importanti ma anche rispetto alle effettive esperienze altrui, tanto che uno scrittore del ventesimo secolo descrisse così la vita: “La vita è movimento. Un moto, però, circolare (intorno a quel piccolo nucleo che si chiama “io”), un moto talmente circoscritto che assomiglia a un piétiner sur place. Circoscritto dal gran cerchio d’ombra di tutto quello che sfugge alla nostra cognizione, o di cui non c’interessa cognizione. E non alludo allo scibile, né tantomeno al “mistero dell’universo”, alludo a ciò che rappresenta la realtà spicciola, la più vicina a noi.” (Guido Morselli, Dissipatio H.G.).
Del resto, come scrisse Dostoevskij, riflettere troppo sulla vita è già una malattia e richiede coraggio: “Hopeless emptiness. Now you’ve said it. Plenty of people are onto the emptiness, but it takes real guts to see the hopelessness.” (Richard Yates). Tuttavia, senza questo coraggio non si diventa grandi scrittori, si rimane alla superficie delle cose, non si è capaci di aprire quelle che proprio Yates definì “finestre sul mondo”, quelle pagine che misteriosamente ci rivelano qualcosa di realtà metafisiche inaccessibili ai sensi, perché, come tutti sappiamo “L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Il ricordo di questi momenti mi accompagnerà per sempre. Il sempre umano, naturalmente, che ha la durata di un istante che passa. Grazie.
(Il discorso non venne pronunziato per mancanza di tempo. Il romanzo premiato - Natale 2010, poi rinominato Dimmelo domani - è rimasto inedito).

lunedì 27 maggio 2019

Giunto a questo punto



Giunto a questo punto - davanti allo schermo del tuo computer, intendo – pronto a scrivere l’ennesimo romanzo che resterà inedito – ben sapendo che resterà inedito – consapevole che di te non importa niente a nessuno - anzi per qualcuno sei un fastidio - lucidamente disilluso, assolutamente consapevole dell’inutilità del tutto ma al tempo stesso convinto della nobile bellezza di combattere una battaglia inutile, ancora pulito nonostante la vita ti abbia costretto a sguazzare nel suo lurido fango, esausto e al contempo deciso a non darti per vinto (per quale motivo?), giunto a questo punto – davanti allo schermo del tuo computer, intendo – apparentemente scrivere o non scrivere non fa nessuna differenza, tanto - se sei a giunto a questo punto – è perché tutto ciò che hai detto, e tutto ciò che hai scritto, non è stato ascoltato né letto e la parola, la tua parola, risuona nel vuoto amplificandosi all’infinito quasi a darti la dimostrazione definitiva, scientifica, che tu sei un’illusione, uno scherzo di Dio (se esiste), un granello di polvere cosmica – o un istante di vita, se preferisci – del tutto privo di significato per l’universo e per quel Dio (se esiste) che ti ha dato la vita eppure – o forse proprio per questo – un granello di polvere dolente e disperato.
La domanda è sempre la stessa che ha afflitto tutti coloro che prima di te sono giunti a questo punto: “Se la mia storia non interessa a nessuno, perché io devo scriverla?” E, proprio a questo punto, capirai che il bisogno di esprimerti coincide con la necessità di dare un significato al tuo dolore e alla tua disperazione ma – se sei mediamente intelligente – rifiuterai tutte le balle sul significato del dolore, la sacralità della vita umana da cui discende la tua importanza individuale e tutta la litania di cretinate che forse potevano consolare i tuoi antenati ma oggi sono inutili pillole di zucchero colorato. Religione, psicoanalisi, meditazione, stordimenti naturali o artificiali li avrai presi in considerazione, escludendoli ad uno ad uno e arrivando finalmente al bivio dove sono passati tutti gli scrittori - almeno quelli veri – per poi giungere a questo punto.
Qui hai una sola scelta: scrivere o non scrivere. Scrivere ti farà stare anche peggio. Non scrivere ti farà rinunciare per sempre alla condivisione del tuo dolore e della tua disperazione. Sta a te decidere. Se scriverai e nessuno ti leggerà, sarà stata una fatica inutile. Se scriverai, qualcuno ti leggerà ma non sarà un successo, la tua delusione sarà bruciante. Se scriverai e sarà un successo, ma non grande come quello di Tizio, non riuscirai a fartene una ragione.
Soltanto se il successo sarà pari alle tue aspettative, forse sarai felice. Ma – se sei molto intelligente – capirai che la felicità e l’infelicità sono due facce della stessa medaglia, che è rimasta un mistero esattamente come all’inizio del tuo cammino. Un senso di vertigine potrebbe allora indurti a gesti estremi: del resto non saresti il primo né l’ultimo scrittore suicida.
Con questi pensieri in testa – giunto a questo punto – scrivi della vita lasciando da parte le domande e le risposte, concentrandoti unicamente sulla tua storia. E’ possibile che non interessi a nessuno, ma viverla nella tua fantasia ti aiuterà a distogliere il pensiero dal perché sei proprio lì, davanti allo schermo del tuo computer, intendo – pronto a scrivere l’ennesimo romanzo che (forse) resterà inedito.

mercoledì 20 marzo 2019

L'éléphant

Secondo una celebre frase di Gregor von Rezzori, lo scrittore è un uomo che passa il proprio tempo contemplandosi l'ombelico. Il narcisismo è una costante, l'onanismo motivo di vanto, l'autocompiacimento a volte imbarazzante. Tutte queste, tuttavia, sono caratteristiche dei cattivi scrittori (per quanto - a volte - di successo). Del resto, per scrivere occorre essere soli, chiudersi in una stanza, attuare una specie di sospensione dalla vita, isolarsi in un mondo di fantasia. “Lo scrivere è proprio questa contraddizione che dal fallimento di una comunicazione crea una comunicazione ulteriore, che è parola per gli altri, ma parola senza l’altro.”(Roland Barthes, Miti d’oggi). Quasi quattro anni fa, Alfredo Tocchi mi fece leggere l'incipit del suo nuovo, quinto romanzo L'éléphant: "Vorrei scrivere un romanzo di fantascienza distopica, come Noi di Zamjatin, Il mondo nuovo di Huxley o 1984 di Orwell, ma soprattutto come Dissipatio H.G. di Morselli, perché vorrei mandarlo al Premio, dal Professor Silvio Raffo".
L'idea mi sembrò buona, ma di difficile realizzazione per chi, come Tocchi, sembrava più portato per il Mainstream. Inoltre, in Italia, gli esempi di romanzi di fantascienza di successo sono pochissimi. Nel 2015, dopo aver letto le prime dieci pagine, in inglese, de L'éléphant, scrissi che ne ero rimasto ben impressionato: magnifico il prologo, che utilizza le parole del Vangelo di Giovanni e dell'Apocalisse per dare un tono di sacralità all'opera, altrettanto bello il passaggio alla narrazione in prima persona da parte di un ragazzino di 14 anni (Kim, che nella versione finale ne ha 16). Erano soltanto poche pagine, ma veniva voglia di conoscere il seguito, anche perché, assicurava l'autore, "La fine è bellissima!".
Tocchi è così, un entusiasta che non inizia un romanzo se non ne conosce la fine. Poi, per più di tre anni, nulla. La vita è andata avanti, ho letto con piacere le recensioni di Confessioni di un pazzo di raro talento, La principessa del carnevale di Rio, Undici al 17 su Nuove Pagine e Mangialibri (e l'intervista su Mangialibri), ma L'éléphant non arrivava. Ora è qui, sul mio Kindle e da pochi minuti ho terminato la lettura. L'urgenza di scriverne è tale che lo faccio in piena notte, dettando in fretta per non dimenticare nessuna delle cose che mi sono venute in mente ma non mi sono appuntato per non interrompere la lettura. L'éléphant non è un romanzo per tutti. Forse, non è neppure un romanzo. Fiaba filosofica intrecciata a un saggio sul transumanesimo, contiene una poesia, un discorso di Solgenitsin e persino un saggio su Kafka di Citati! Ancora una volta, Tocchi si dimostra un innovatore. Potremmo accostare la struttura dell'opera ai quadri di Mimmo Rotella: il materiale eterogeneo si fonde con un risultato armonico, fortemente espressivo. Già Undici al 17 conteneva riflessioni filosofiche, sociologiche e religiose, ma ciò che era (volutamente) abbozzato (e per questo, forse, scarsamente comprensibile, come notato da David Frati nella sua recensione), qui è compiutamente sviluppato e scritto magistralmente. Il libro nero (che riprende concetti di Auguste Comte, padre del positivismo), è un esempio di come andrebbe approcciata (nelle scuole) la divulgazione filosofica. Pur nella sua brevità, L'éléphant è un libro assolutamente compiuto: la trama è avvincente, i temi trattati fondamentali (transumanesimo e religiosità). La lettura è interessante anche per chi - come me - non fosse al corrente dei reali contenuti del transumanesimo. Vi sono spunti geniali (i cibi colorati, il giardino degli amori, il travisamento dei principi della rivoluzione francese, i droni impollinatori, la città dal nome Gaia Scienza in omaggio a Nietzsche), passi fortemente lirici - veri e propri pianissimo - e contrappunti: insomma, la musicalità della prosa dell'autore già notata dalla Professoressa Giovanna Romanelli nella sua recensione su Le colline di Pavese (il compianto Professor Luigi Gatti ha premiato Tocchi per ben due volte, nel 2012 - primo classificato nella Sezione Narrativa Inedita - e nel 2015 - menzione di merito!). Tuttavia, sono i dialoghi a sorprendere, per la loro semplice naturalezza e le chiose dell'autore, profonde e persino spiritose (degne di nota quella in calce al discorso di Solgenitsin e alla "epifania dell'autore"). Scrivere un romanzo come L'éléphant è tutt'altro che semplice. La fantascienza distopica richiede autori all'altezza del compito, colti, intelligenti e tecnicamente capaci. Forse è per questo che Tocchi ha abbandonato la lingua inglese e, dopo quattro anni di rinvii, è tornato all'italiano. Peccato, perché questo romanzo - in inglese e nelle mani di un buon editore - avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un classico del genere e, nelle mani di un bravo regista, un film meraviglioso.
Mi spingo a fare una simile, forte, affermazione, influenzato dalla diretta conoscenza dell'autore, ma soprattutto dal suo percorso narrativo, esemplare, che definirei: io, noi, il mondo. Partendo dal Mainstream di Da A a B (la contemplazione dell'ombelico, che però era già del tutto peculiare dato che gli io narranti erano tre più un narratore), passando per l'indagine sociologica di Undici al 17, è approdato al mondo con L'éléphant, portando a termine una splendida trilogia. Consiglio a tutti di leggere Tocchi in quest'ottica, anche perché già sette anni fa alla presentazione di Tra un anno sarò felice era stato lui stesso a preannunciarci cosa avrebbe scritto. Bene, ha impiegato otto anni e mezzo della sua vita (settembre 2010, marzo 2019), ma ha fatto ciò che aveva promesso, a conferma della sua determinazione a farsi conoscere.  
Professor Mario Caccamo, 20 Marzo 2019   

sabato 1 settembre 2018

Noi due



Ti ho visto la sera che sono arrivato, di fianco allo specchio del bagno. Certo, non sei bello. Non ti preoccupare, la coda ti ricrescerà – privilegio di voi gechi. Sei ancora piccolo, lungo meno di due falangi di un mio dito ed evidentemente ancora inesperto, se hai lasciato che qualcuno ti mozzasse la coda. Sono stato felice di rivederti in camera da letto, dopo avere cenato al ristorante. Oriana Fallaci ha scritto che Alekos Panagulis in carcere non aveva altro amico che uno scarafaggio – e tu sei molto più simpatico di uno scarafaggio, naturalmente. “Siamo soli, noi due e ci faremo compagnia”, ho pensato subito e così è stato perché tu mi segui in ogni stanza e ora sei qui sopra la mia testa, mentre scrivo. Dovresti mangiare: ho ucciso un’ape e uno scarafaggio, non so se ti piacciano. Se vuoi andare in giardino, la finestra è sempre aperta: sono un paladino della libertà, un vecchio anarchico fuggiasco che ha lasciato non una ma due mogli. No, non me ne vanto. Ho scritto tante volte che la solitudine è un anticipo di vecchiaia e lo credo davvero. Ora però mi sento vecchio – sono vecchio – e la solitudine mi pesa meno. No, non credere che non mi piacciano le donne. La cameriera l’avrei portata qui e ci saremmo divertiti, ma poi cos’altro avrei potuto offrirle, dopo una mezz’ora di “dolce su e giù”? Io non sono niente, non ho più niente e in questo mio secondo naufragio sono se possibile ancora più povero che nel primo – e sette anni più vecchio.
Noi due staremo bene, in questa casa. E’ grande (l’avevo affittata per mia suocera) e c’è un magnifico giardino. Dalla camera al primo piano si vede il mare ed è molto bello, al mattino guardare l’alba. Tu non lo puoi sapere, tu te ne stai nella camera al piano terra, dove dormo anch’io, perché è più fresca. Lì c’è lo scarafaggio, almeno assaggialo: è un mio regalo. Ti voglio bene, non esagero. Forse, semplicemente, mi manca quel pazzo rompiscatole di Wigo. Tu sei più indipendente, non mi svegli tutte le mattine alle sette per uscire, non mi stai sempre accucciato sui piedi, quando scrivo. Oggi scrivo, lo vedi dall’alto. Vedi, noi uomini siamo strani. Ci poniamo tante domande sul perché siamo vivi, sul senso di tutto questo sia dentro sia intorno a noi. E abbiamo paura della morte – anche tu l’avrai provata, quando qualcuno ti ha mozzato la coda – così cerchiamo di comunicare le nostre sensazioni, di lasciare una traccia del nostro passaggio. Siamo soltanto costruttori di ricordi, hardware che all’improvviso smette di funzionare e finisce in discarica: lo sappiamo bene e l’unica nostra ribellione è trasmettere le nostre memorie ad altro hardware. Tu, piccolo amico, devi soltanto pensare a sopravvivere e a riprodurti. Io mi sono già riprodotto due volte e l’idea di abbandonare una bambina di un anno mi provoca un dolore intollerabile. Bontà o egoismo? Forse è onesto dire entrambe le cose. Certo, se un domani diventassi uno scrittore (sì, perché per un altro dei misteri degli uomini si può diventare scrittori da morti, senza esserlo stati in vita) tutto sarebbe giustificato: “Lasciò la famiglia per ritirarsi in solitudine a scrivere e compose un capolavoro…”.
Verosimilmente tutto questo non accadrà mai e io verrò giudicato per ciò che sono: UNO PSICOPATICO FIGLIO DI PUTTANA.
Ma siamo sinceri: “Chi meglio di uno psicopatico può esserti amico?”
Non ho nessun altro, ovvio che mi affezioni a te.
Così, bevendo una bottiglia di verdicchio, controllo che tu sia sempre lì sopra e… per fortuna ci sei!
Vorrei proteggerti, sfamarti, persino farti divertire, ma ho imparato la lezione di Siddharta: Se anche io accettassi di morire cento volte per te, non riuscirei ad aiutarti a portare il peso del tuo Destino. Sì, con la d maiuscola. E’ una lunga storia, amico mio e neppure tante divertente. Poi, l’ho già raccontata e a nessuno è importato nulla di me, del mio cammino, della mia sofferenza. Sarà così anche per te, non t’illudere. Sì, magari qualcuno si fingerà interessato. Tu diffida, diffida sempre delle persone caritatevoli, prediligi i duri, quelli che soffrono – tutti soffriamo – ma lo fanno in silenzio, con dignità. E c’è una piccola lezione che voglio darti: quando sceglierai una compagna trovane una che – nonostante tutto – possieda il tesoro più bello: la gioia di vivere. La trasmetterà a te e ai tuoi figli e tu – e voi – sarete felici.
Bisogna essere forti per essere felici – nonostante tutta la brutalità della vita, con la piena consapevolezza che la vita non è meravigliosa, eppure ancora capaci di godersi una giornata di sole.
Sei una creatura notturna, magari una giornata di sole non fa per te. Bene, trova ciò che ti rende felice, lotta per ottenerlo. Non ti garantisco di farcela – io non ce l’ho fatta – ma è nella misura dello sforzo che all’ultimo istante giudicherai la tua vita.
La tua vita non vale meno della mia, questo è evidente e non c’è bisogno di scriverlo. La vita è un mistero, per noi due come per tutti. Se c’è davvero un Dio creatore, pensi che ti abbia creato a casaccio? E se non c’è, amico mio, siamo soli al mondo. Sì, amico mio, siamo noi due, in questo piccolo spazio, in questo breve tempo. Per questo non voglio perderti, perché è difficile, senza un amico, accettare la realtà.
Ho amato uomini come Richard Yates, che hanno detto chiaro e tondo che occorre coraggio per vivere pienamente consapevoli e ho persino paura di trasmettere alle mie figlie questa consapevolezza. Anche per questo ho scritto un romanzo sull’illusione, perché illudersi è un aiuto a buon mercato.
Ma Dio che pesantezza! Credi che non sappia ridere, divertirmi? Mi giudichi male. Michael Stipe canta Shiny happy people e io sto sorridendo, non lo vedi.
Voglio raccontarti una cosa magnifica che mi è capitata ieri. Va bene, ho cinquantacinque anni, tanti per un essere umano, un’eternità per un geco. Sinceramente, non sono volati via. Li ho vissuti e questa è proprio una cosa che mi consola che siano trascorsi. Bene, anche alla mia età abbordo le cameriere. Così in spiaggia – la spiaggia più alternativa e disorganizzata, di questo posto di vacanza per famiglie – due giorni fa ho attaccato discorso con Domenica. Bella donna, molto punk: capelli rossi, piercing, tatuaggi colorati. Mi ha raccontato di essersi sposata due volte con lo stesso uomo e di averci fatto due figlie. Ha vent’anni meno di me, ma l’avrei portata volentieri qui a giocare: già mi piaceva. D’accordo, non è una bellezza classica. Però ha un magnifico sorriso storto, da ragazzina povera che non poteva permettersi l’apparecchio. Le ho detto: “Sei come Liz Taylor. Quello per tuo marito deve essere stato un grande amore. E’ bello come Richard Burton?”
“No, e io non ho gli occhi viola”.
Abbiamo riso, poi le ho domandato: “State ancora insieme?”
“No, mi ha lasciata ed è scappato in Tailandia. Non paga neppure gli alimenti, né a quelle grande né a quella piccola: non voleva fare favoritismi”.
L’ho amata: spiritosa nella tragedia! Ti sembrerà poco, ma è un segno di coraggio.
“Devi essere una donna molto passionale, te lo si legge in faccia. E hai un sorriso magnifico”.
E’ diventata timida, mi ha versato un’acqua e menta ed è tornata a servire a tavola.
Ieri sono andato alla spiaggia soltanto verso sera: ho corretto le bozze del mio romanzo tutta la giornata, con te sempre in qualche angolo vicino al soffitto… Ho parcheggiato, aperto la portiera e sono stato investito dalla musica degli Aristogatti. A tutto volume! Domenica ballava con l’altra cameriera, avevano preso due ombrelloni e ballavano, abbracciate agli ombrelloni, ridendo come matte!
Quella donna è un’artista, te lo dico io. Non ha trovato la sua strada, ma guardarla ridere è contagioso. Certo, le signore benpensanti, le borghesucce della spiaggia accanto la reputerebbero soltanto una pazza drogata o una ritardata mentale. Io no, perché loro sono proprio le lettrici di best-seller che mi giudicheranno uno psicopatico figlio di puttana se non venderò un milione di copie. E io so perfettamente di non potere vendere un milione di copie. Il giudizio è puramente economico, come tutti i giudizi di questo mondo contemporaneo. Del resto, del valore di uno scrittore, loro, cosa ne capiscono?
Infatti io non ce l’ho con loro, sono povere deficienti. Ce l’ho con lei, la signora bionda, quella che mi ha stroncato perché “maschilista, volgare e deprimente”.
Linda, si chiama Linda. L’ho incontrata di sfuggita, giusto il tempo di lasciarle il manoscritto (abbiamo un amico comune, altrimenti non mi avrebbe dedicato neppure quei venti secondi).
Poi, giusto per dimostrare al nostro amico che aveva fatto il suo compitino, mi ha inviato – con copia a lui – quella mail ignobile. Io non sono una persona violenta, un maschilista meno che mai. Deprimente lo ammetto, giusto qualche volta. Ma volgare lo divento in rarissime occasioni, quando proprio perdo la pazienza e non ho altre risorse: l’avrei inculata, proprio fino in fondo, amico mio. E le sarei venuto dentro felice, appagato di avere compiuto un atto di giustizia. Il sesso – tu sei piccolo – può essere un gesto d’amore (e allora è meraviglioso), lo sfogo di un istinto, di una necessità fisica (e allora è simile ad andar di corpo) oppure un atto di sopraffazione (e questo può essere molto eccitante, sia per l’aggressore che per la vittima, anche se si tende a non dirlo in giro per evitare stupri di massa, che poi puntualmente si verificano appena l’uomo si riappropria della brutalità che ha in sé, come nelle guerre).
Cosa credi che possa capire dell’arte una maestrina come Linda? Certo, lei va ai musei. E guarda estasiata i quadri di Gauguin, senza pensare che lui per quei quadri e per le tahitiane aveva abbandonato moglie e famiglia. Soprattutto, non capirà mai che c’è una relazione diretta tra quei capolavori e l’abbandono di moglie e famiglia. Perché l’artista ha bisogno di solitudine, dolore e amore per creare un’opera un capolavoro.
STOP. Non vorrei essere frainteso, non mi sto giustificando. Sono qui - noi due siamo qui – perché me ne sono andato. Se fossi qui con loro, dovrei fare la spesa, cucinare, scarrozzarli, ascoltare i loro discorsi, persino i capricci e come potrei starmene a scrivere in santa pace? Quindi siamo alle solite: s’io fossi uno scrittore di successo, tutto sarebbe normale e giustificabile. Non lo sono – non lo sarò – quindi sono quello che sono.
Anche Linda è quello che è e anche se l’inculassi cento volte, resterebbe così com’è.
Mia moglie (le mie mogli) sono come lei. Non mi capiscono, non mi hanno mai capito e non mi capiranno. Chissà come saranno le mie figlie. Con loro è diverso. Loro le amerò sempre, a prescindere da ciò che penseranno di me. E, in fondo, cosa posso pretendere? Le ho abbandonate per inseguire un sogno, scrivere, senza successo.
Gli alimenti li ho sempre pagati alla prima e li pagherò alla seconda: anch’io non voglio fare favoritismi.
Non so come voi gechi vi comportiate coi figli: siete padri affettuosi e presenti oppure lasciate il compito di crescerli alle madri?
Ho osservato Domenica con le sue bambine: sembrano equilibrate e felici. Forse un padre non è indispensabile come crediamo, sono luoghi comuni, buonismo da quattro soldi. Io il mio non l’ho mai sopportato. Tu sei lì da solo – e sei minuscolo, ancora un cucciolo.
Sarebbe bello se sapessi ballare: ballerei sulle musiche degli Aristogatti o di Mary Poppins abbracciato a un ombrellone e credo che mi farebbe bene. Forse dovrei finalmente lasciar perdere il verdicchio e farmi di qualcosa di serio, come Jim Morrison: la mia creatività verrebbe fuori. E poi? Avrei fottuto la mia vita per scrivere cose di nessun interesse per chi davvero ha il potere di rendermi uno scrittore: Linda.
Cinquantacinque anni e sono ancora capace di innamorarmi – giusto un po’ – di una donna come Domenica. Per una notte sarebbe magnifico, ne sono certo. Poi, la realtà del mattino ferirebbe le nostre anime sensibili, come una luce accecante. Vivi l’attimo, se sei davvero un artista. Scusami, l’arte è una cosa da esseri umani e tu sei un geco. Però vivi l’attimo anche tu, perché “It is an hypothesis that the sun will rise tomorrow: and this means that we do not know whether it will rise” (Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus).
Sì, mi piace Wittgenstein e non ne faccio mistero. Il Tractatus l’ho letto in inglese. Molte parti sono davvero oscure, lo ammetto. Ma a quell’uomo che puliva la casa con le foglie di tè io devo molto.
Preferisci la casa pulita o sporca? Per me è lo stesso, sono una persona adattabile. Sono molto ordinato, faccio una lavatrice ogni due giorni, ma la polvere se vuoi la lascio. Alzo la testa, hai appena mangiato un insetto. Un moscerino forse o una zanzara. Bravo, io mi bevo un altro po’ di verdicchio e mi mangio una fetta di crostata.
Il sole sta calando, tra poco uscirò in giardino e mi metterò a scrivere sotto il bersò. E’ bello, lì fuori, ma forse per te è pericoloso. Ci sono i due gatti del vicino, rane, lucertole e qualche calabrone. Il mondo è pieno di pericoli, ma io ti consiglio di non lasciarti condizionare: esci, vivi! Ricorda, lo ripeto: è nella misura dello sforzo che all’ultimo istante giudicherai la tua vita. Qui oggi abbiamo tutto ciò che ci serve: una bella casa comoda, un giardino, acqua e cibo, un computer.
Quello serve a me, per scrivere di noi due.

Linda



“Buongiorno signorina”.
“Signora, per favore. Riccetti, ho prenotato un ombrellone e una sdraio”.
Il bagnino cerca sulla piantina della spiaggia. Finalmente trova il nome: “Subito signora Riccetti, terza fila, l’accompagno”.
“No guardi, io avevo chiesto espressamente prima fila. Prima fila o niente, in terza fila non ci vado”.
“Signorina, oggi è il 14 agosto, la spiaggia è piena, posti in prima fila non ce ne ho”.
“In terza fila non ci vado”.
“Posso metterla in seconda, ma soltanto fino alle tre, poi la signora Rampezzotti arriva e vuole il suo ombrellone”.
“E lei la metta in terza fila”, sorride allungando una banconota da dieci euro.
Il bagnino prende la banconota e, facendo strada, risponde: “Magari si libererà un posto, dopo vediamo”. Poi, davanti all’ombrellone, conclude: “Ecco la sua sdraia, signorina”.
A denti stretti, Linda mormora: “Sdraio, signora”.
Poi, togliendo la sabbia con estrema cura, pensa: “So bene che è corretta anche la forma la sdraia, ma la sdraio è tanto più elegante, come signora rispetto a signorina. Nessuna donna dovrebbe essere chiamata signorina dopo i diciotto anni e io ne ho trentacinque…”.
Nel posacenere sotto l’ombrellone nota un mozzicone di sigaretta e, inorridita, richiama il bagnino.
“Io non so perché la gente fumi in spiaggia. Non sanno che il mare è pieno di filtri di sigaretta e cotton fioc?”
“Sì, signorina, ha ragione. E pure di assorbenti”.
Linda fa una smorfia di disgusto, un po’ per la volgarità di quest’uomo e un po’ perché ha schifo persino dei suoi assorbenti. Poi, messo perfettamente dritto sul lettino un pareo comprato a un mercatino di prodotti etnici ecosostenibili, si sfila l’abito di Zara, apre la borsa di rafia di Missoni e tira fuori il libro vincitore del Premio Strega, gli occhiali da sole con le lenti fotocromatiche, una bandana comprata a Mykonos e l’iPhone 7.
Prima di mettersi a leggere, controlla che la testa sia perfettamente in ombra – se no le vengono le rughe.
“Che bravo questo Cognetti. E’ proprio un peccato che non sia venuto da me col suo manoscritto, l’avrei di certo pubblicato. Un ragazzo solido, quadrato, all’antica. Certo, la montagna, coi suoi valori immutabili, è un tema elevato, nobile. Non come i temi di questi aspiranti maudit di oggi che dopo tre pagine spiattellano le loro squallide storie coniugali e dopo altre venti descrivono un pompino in macchina!”
Pensa pompino e quel pom le riempie la bocca, quasi che lo stesse facendo lei, davvero. Poi si vergogna della sua volgarità: “Mi ha contagiata, penso già come lui: pompino al posto di sesso orale, o blow-job, che suona tanto più elegante”. 
Legge qualche pagina, poi il pianto di una neonata nella terza fila di ombrelloni la infastidisce: “Che cosa orribile, è lì, piccola e tutta rossa nella culla; sicuramente piena di cacca. E la madre non la cambia, se ne sta a chiacchierare con l’amica”. Lancia un’occhiataccia alla madre, che visibilmente infastidita da questa sconosciuta scheletrica che la guarda da sopra le lenti degli occhiali (è presbite), finalmente cambia il pannolino e getta quello sporco sulla sabbia, sotto la sdraio.
“Mio Dio che orrore. Ha buttato il pannolino pieno di cacca sulla sabbia. Poi magari qualcuno andrà proprio lì a sdraiarsi”.
Si rimette a leggere, rimpiangendo di non essere andata a Courmayeur.
Una mezz’ora più tardi, sente di avere i piedi al sole, le viene caldo e decide di andare a farsi una nuotata. Ripone con cura tutte le sue cose nella borsa, la affida a una vecchia signora due ombrelloni più in là: “Grazie signora, vede, sono sola e ho paura che me la rubino” e fa del suo meglio per non mettersi a correre per la sabbia rovente sotto i piedi. Giunta in acqua, prima si bagna la nuca e i polsi, poi fa quattro passi e si siede, piano piano, nell’acqua. La congestione non è pericolo da sottovalutare e soltanto quando le sembra di non correre pericoli finalmente incomincia a nuotare a rana verso il largo.
Dopo pochi metri, si volta e guarda la gente sulla battigia. “Certo che questi bagnanti sono proprio ripugnanti. Uomini tatuati, donne col piercing e i buchi di cellulite, ciabatte di plastica, costumi fosforescenti, chiome da selvaggi: creste, tinture rosso menopausa, treccine che erano già inguardabili ai tempi di Bo Derek…”
Tornando verso riva, ascolta due signori sessantenni che discutono di politica: “Era meglio quando c’era la democrazia cristiana, adesso ‘sti renziani pensano soltanto a litigare”.
Lei è renziana convinta, conosce personalmente Alessandro Baricco, Fabio Fazio e Massimo Gramellini, naturalmente: “Cosa pensano di capire questi due vecchi scemi? Gli italiani sono sempre così, pronti a dire al bar si stava meglio quando si stava peggio”. Ride da sola.
Le scappa la pipì e la fa in acqua, piegando le ginocchia per non farsi notare. Prima però scosta appena il costume, per non sporcarlo.
Dopo una doccia, fatta con le infradito per non prendersi le verruche, si rimette a leggere.
“Sì, la montagna. I suoi panorami immutabili, la sua asprezza che tempra il carattere, i suoi sapori sapidi… Mauro Corona però puzza. Ha smesso di lavarsi e beve: ascelle e alito fetenti. No, non è l’unico scrittore sporco. Anzi, a pensarci bene puzzano in tanti. Il maudit non puzzava, strano. Un maiale come lui, che va a puttane e si fa fare i pompini in macchina. Di nuovo, quel POM le riempie la bocca. Mio Dio, che schifo: come si può prendere in bocca un orifizio da cui escono le urine? Pensa a Michel Houellebecq, che ha avuto la sfrontatezza di descrivere un anilingus, e quasi si sente male per lo schifo. “Che maiale quel francese. Mai e poi mai lo avrei pubblicato. Eppure ha i suoi sostenitori, persino la Pucci, che lavora in Mondadori da anni, lo trova geniale. No, proprio non è il mio genere di letteratura. Meglio Erri De Luca, così politicamente corretto. Mai una parola sopra le righe, sempre misurato, equilibrato nei suoi giudizi. Ed è un uomo dalla parte giusta (la nostra, pensa), un NO TAV.
Poi, si vende bene. Certo, incassa fior di diritti. Ma è un vero professionista, prolifico e redditizio.
Sposta il lettino perfettamente all’ombra, riprende le sue cose dalla borsetta che ha ritirato dalla vecchia signora (un’impicciona! “E’ sola, signorina?” “Sì, signora”. “Che peccato, una così bella ragazza”. Per poco non l’ha spedita a fare in culo, la nonnetta). Sì, sono sola: e allora? Nel 2017 una donna non può andarsene in vacanza da sola? Sono sola e me ne vanto. E dirigo una delle più importanti case editrici italiane, signora mia, casalinga di Voghera del cazzo! Meglio sole che male accompagnate. Legge ancora per un’oretta, poi – alle dodici e mezzo – si avvia verso il ristorante.
“Buongiorno signorina, è sola?”, la accoglie il maître. Aridaje!
“Tavolo in fondo a destra, le faccio subito portare la carta”.
“Sì, per favore. E una bottiglia di vetro di acqua non gasata non fredda, per favore”.
“Di vetro non so se ce l’abbiamo…”.
Un ragazzino con la parannanza da cameriere, appena dietro il maître, interviene: “Non si preoccupi, ce l’abbiamo” e arriva a porgerle il menu.
“Un’insalata mista, senza tonno, sono vegana. E senza cipolla per favore”.
“Subito signorina”.
L’insalata le sembra lavata male. Trova qualcosa di scuro, disgustata la rimanda indietro. Accanto a lei, una tavolata di anziane coppie s’ingozza di antipasto di mare. “Sono vecchi maiali. Guarda come s’abboffano. Grassi, orrendi e felici”.
Finalmente le riportano l’insalata, ne assaggia due foglie e la lascia lì.
“Un dessert?”, domanda il cameriere, pronunziando la t con l’aria tronfia del vero ignorante”.
“No, grazie. Niente dessert, gli fa eco lei, sorridendo del suo spiccato senso dell’umorismo”.
Accanto si siedono due tatuati con ciabatte Adidas e iniziano a parlare della campagna acquisti della Ternana. Questo è troppo: passino i tifosi di squadre blasonate, ma della Ternana…
Si alza, torna al suo ombrellone e si rimette a leggere.
Dietro di lei due ragazzini si raccontano cazzate. La vecchia impicciona le sorride due ombrelloni più in là. Lei ricambia il sorriso e sussurra a denti stretti “vaffanculo”.
“Che uomo, questo Cognetti. Certo, un po’ giovane per me. Poi è uno scrittore, sai che palle? Questi scrittori sono dei narcisisti, persone di cui bisogna diffidare. Non vedono più in là del loro ombelico. Qualcuno arriva fino al suo cazzo”. Ride della battuta che ha pensato e si compiace della sua arguzia. “Quel POMpino, che volgarità!”
Ma io l’ho messo al suo posto: “Maschilista, volgare e deprimente”, gli ho scritto. Con copia al suo amico, naturalmente, così la smetterà di farmi leggere manoscritti di tipi da bar sport. Mi pare di ricordare che sia un avvocato: sai che roba, oggi ci sono più avvocati che operai!
Gli uomini di oggi sono davvero poca cosa, rispetto a quelli che c’erano (ci sono?) in montagna. Uomini coi coglioni, disposti a fare sacrifici per i propri figli. Rispettosi delle mogli, della donna in genere. Certo, le mogli facevano sette otto marmocchi e si alzavano alle cinque del mattino, col freddo, per mungere gli animali. Ma quella era una vita sana! Civiltà contadina, pulizia di sentimenti, persino con le scarpe immerse nel letame. Un montanaro buddista, certamente. Lei è buddista, sarebbe l’ideale. Fare yoga insieme, recitare l’OM tibetano, riflettere sulla reincarnazione…
Cognetti è troppo giovane. Corona è troppo vecchio e puzza… Le riflessioni sono interrotte dal passaggio di un ragazzone biondo palestrato con uno slippino bianco che nulla lascia all’immaginazione: “Che bel tipo! Sano e sportivo. Magari è vegano come me”. Un istante dopo il biondo si volta, si ferma e aspetta che lo raggiunga il suo compagno, un magrolino con gli occhiali leopardati e una camminata decisamente ambigua. "Due checche. Per carità, niente di male. Le redazioni ne sono piene e a volte sono anche simpatici. Però non è giusto che gli uomini belli siano tutti dell’altra sponda, ecco tutto”. Compiaciuta della sua saggezza politicamente corretta, si rimette tranquilla a leggere.
Dopo un altro bagno – due ore dopo il pranzo, non prima né dopo – mentre finalmente si gode l’ombra ad occhi chiusi, sente un tocco sulla spalla. Apre gli occhi: la vecchia impicciona è sopra di lei. “Signorina, io vado a casa. La rivedo domani?”
“Sì, perché?”
“Perché domani forse arriverà da Macerata mio nipote. Magari glielo presento, è un così bravo ragazzo…”.
Un sorriso forzato le paralizza i lineamenti: “Grazie, ma sono impegnata. Lui è a Milano, a lavorare. Sa, noi milanesi…”.
“Si figuri, mi scusi tanto. Avevo frainteso. A domani, allora”.
Più tardi a casa, tornata dalla spiaggia, va a farsi una doccia. E’ la sua prima doccia in quella casa affittata. Apre la porta di vetro e si ritrova davanti a una strana apparecchiatura Teuco, da cui spuntano due docce (una sopra la testa e una all’altezza delle cosce) e quattro ugelli regolabili inseriti in una specie di guscio di tartaruga rovesciato. Gira il primo rubinetto – ce ne sono tre – e un getto d’acqua fredda la colpisce in testa. Lo chiude, regola la temperatura e gira il secondo: quattro getti usciti dagli ugelli la colpiscono su spalle e pancia. “Se devono fare un massaggio, sono regolati troppo in alto”. Con la sua consueta precisione li studia e poi li regola: i due più in alto all’altezza dei capezzoli e i due più in basso, incrociati, proprio lì.
Sorride soddisfatta. Apre anche il terzo: un getto sulle ginocchia: gira il telefono, fa un passo avanti per farsi colpire da dietro. Poi chiude tutto eccetto quello sulla testa e s’insapona con cura. Pensa al biondo palestrato. Riapre tutto e si posiziona come un perfetto bersaglio. Il biondo ora monta l’amichetto. Riduce appena il getto, troppo forte e torna in posizione. “Il maudit non era un brutto uomo. E non è neppure uno scrittore, per fortuna. E’ soltanto un maschilista volgare”.
Inizia a gemere e, senza accorgersene, si ripete due, tre volte POMpino. Viene belando, come le capre munte all’alba dalla montanara.
“Teuco, tutte le donne dovrebbero averne una. Chissà quanto costa”.
Prende l’asciugamano, memorizza la sigla della doccia. “Sarebbe bello se dalla doccetta in basso uscisse vero sperma. Sai quante donne farebbero a meno di un uomo. Gli uomini sono animali volgari. Vuoi un figlio? Ti fai una doccia e via. Un figlio, che follia. Poi si riempie di cacca e ti tocca pulirlo, per carità!” Sul letto, prima di rimettersi a leggere il romanzo di Cognetti, pensa che la sua sarà proprio una bella vacanza. Nonostante il bagnino che dice la sdraia. Nonostante la gente orrenda sulla spiaggia.
Il mondo fa schifo ma lei, Linda, è bella e pulita.

mercoledì 6 giugno 2018

Adriano Brusaferri, in morte di un amico

“Se le malattie hanno una missione filosofica, non può essere che quella di mostrare quanto sia illusorio il sentimento dell’eternità dell’esistenza e quanto fragile il sogno di un compimento della vita… Le sofferenze ci legano a realtà metafisiche che un uomo normale e in perfetta salute non capirà mai”. (Emil Cioran, Al culmine della disperazione). Io non ho fede, non credo nella vita eterna, nella resurrezione del corpo o in quella dell'anima. Agnostico, so di non sapere, i nostri cinque sensi non sono sufficienti per squarciare il velo dietro il quale - forse - troveremmo un significato. L'unico senso della vita, è la prosecuzione della vita stessa: questa almeno mi pare una verità. Ma è davvero auspicabile legarsi a realtà metafisiche, riflettere sulla verità, sulla vita? Già Dostoevskij ci ha messo in guardia: “Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia”. (Fëdor Dostoevskij, Memorie del sottosuolo). Accettare il proprio Destino, trovare la nostra via nella vita. Gesù disse: "Io sono la via, la verità e la vita". Di nuovo, mi torna in mente una riflessione di Emil Cioran: “È chiaro come il sole che Dio era una soluzione e che non ne troveremo mai una altrettanto soddisfacente”. 
Vivere, cercare la propria via, inseguendo la verità, che significa rifuggendo la falsità. Accettare il proprio Destino, qualunque esso sia. Rassegnarsi alla malattia, se così deve essere. Rassegnazione non significa affatto disperazione: la persona equilibrata - seppure rassegnata - gioca le sue carte al meglio delle proprie possibilità. Questo è stato l'insegnamento di Adriano Brusaferri, uomo dal Destino eroico, che ha affrontato la malattia con straordinario coraggio e non si è nascosto dietro alla malattia, non l'ha utilizzata come alibi. Mai. Sempre sorridente, pronto ad ascoltare, attento agli altri nonostante il terribile lavorìo della malattia, che ci costringe a ripiegarci su noi stessi, a passare il tempo guardandoci l'ombelico. L'universalità del male a volte risparmia qualcuno ed è ingiusto, profondamente ingiusto il modo in cui premi e castighi sono ripartiti, ma noi esseri umani abbiamo dentro un innato ideale di giustizia e potremmo rendere il mondo un luogo migliore se soltanto non ci rassegnassimo, se non lasciassimo le cose così come stanno, se davvero c'impegnassimo per migliorare ciò che è in nostro potere migliorare. Il cambiamento, spesso, inizia dalle piccole cose: il sorriso di Adriano era una sfida alla sofferenza, una risposta profondamente umana contro l'ingiustizia. Un uomo dal Destino eroico non è un imbelle burattino in balia delle circostanze ma un uomo che trionfa sulle circostanze, le utilizza per imprimere la sua impronta sulla vita. Grande serietà, competenza, dedizione, talento hanno consentito ad Adriano di diventare uno tra i migliori fotografi della sua generazione. Tutt'altro che imbelle, era un duro. Nel suo ultimo messaggio, quando immagino che stesse indicibilmente male, mi ha rimproverato energicamente per la mia tendenza a lamentarmi della vita, la mia vita, per la stanchezza e la disperazione che traspariva dai miei scritti. Qui sta la grande differenza: c'è chi porta la sua croce col sorriso sulle labbra e chi la porta bestemmiando: io sono tra i secondi. Il suo rimprovero è stato come una scossa: mi ha fatto comprendere la mia debolezza. Il vittimismo dà fastidio, isola, non consente di costruire nulla. Anche per questo, oggi, davanti alla sua bara ho pianto. Anche per questo, lo porterò per sempre - il mio piccolo sempre umano - nel mio cuore. 

domenica 10 settembre 2017

Professor Mario Caccamo - Prefazione Da A a B

Da A a B

PREFAZIONE
Romanzo in tre parti, dall’architettura complessa: tre io narranti e un narratore. Nella prima (dedicata al Destino), un uomo - Giulio di Tocco - narra in prima persona la sua vicenda. Il Destino gli ha giocato un brutto scherzo, facendogli perdere in un istante salute, famiglia e lavoro. Risvegliatosi dal coma in un reparto di rianimazione, Giulio sente di avere perso il suo posto nel mondo e inizia un percorso di rinascita (che lui definisce “un naufragio”), che porta all’accettazione del proprio Destino. Sembrerebbe una trama scontata, patetica. Al contrario, la prima parte è un susseguirsi di sorprese, grazie a un personaggio straordinario: sensibile, spiritoso e profondo. Nella seconda parte (dedicata all’illusione), Giulio vola a Donetsk, in Ucraina, per incontrare Masha. La loro storia viene narrata da entrambi, io narranti che si alternano con risultati sorprendenti. Tra parentesi, perché poco importa al lettore, la seconda parte – che nell’opera viene definita il romanzo di fantasia – è invece l’unica autobiografica: Tocchi ha sposato la sua Masha (Tanya) ed è nata Milena, come Masha tanto desiderava. Il finale – in linea con il tema di fondo, l’Illusione” - sembra un inizio: l’inizio di quella “vita nuova” tanto agognata da Giulio. Nella terza parte (dedicata alla nostalgia), l’io narrante protagonista è Alice, moglie e madre di due figli. L’incontro casuale a Nizza con Giulio sconvolgerà la sua vita: deciderà di lasciare suo marito e di scrivere la propria autobiografia “per smettere di soffrire”. Proprio in quell’autobiografia, terminata ad Anguilla, sua isola d’origine, il lettore ritroverà Giulio, proprio come lei ha ritrovato il suo vero padre, il cantante reggae Bankie Banx. L’epilogo è affidato a un narratore, ed è un flashback sulla vita di Giulio e, soprattutto, sulla scrittura come tentativo di comunicazione con “sconosciuti amici”.
Già da queste poche righe, appare evidente la complessità architettonica del romanzo, costato al suo autore tre anni di lavoro, una vera e propria “sospensione della vita” e una fortuna in termini economici, dato che Tocchi era (è) un avvocato ben pagato che ha quasi smesso di lavorare soltanto per terminare questo romanzo. Sarebbe riduttivo scrivere che è la biografia di Giulio o, come semplicisticamente ha affermato qualcun altro, che è l’autobiografia dell’autore: in ogni occasione Tocchi ha smentito categoricamente che questa sia un’opera autobiografica, definendola un’opera “in parte autobiografica” e, con le celebri parole di Italo Svevo, “un’autobiografia, ma non la mia”. In realtà l’opera è molto più complessa e si presta a diversi piani di lettura. Senza dubbio, è un romanzo sull’arte e in particolare sull’esigenza percepita da ogni artista di lasciare una traccia del proprio passaggio. E’ altrettanto evidente che sia una storia sul valore consolatorio dell’amore, tanto ricercato da Giulio in quanto “unica cosa che può rendere tollerabile la mia sconfitta”. Tocchi usa il parallelismo tra il percorso di Giulio e un naufragio, dimostrando di avere letto e ben compreso l’esempio fatto da Bertrand Russell quando scrisse che un conto è osservare un’isola dal ponte del proprio yacht, trovarla magnifica e desiderare di sbarcarvi in tutta sicurezza, un altro è osservare la stessa isola da una zattera: il desiderio di sbarco è l’unica costante! Così fa Giulio con Alice, naturalmente non riesce a conquistarla e questo porta alle estreme conseguenze. Se fosse un’autobiografia, come potremmo collocare Masha e Alice? Io narranti al pari di Giulio, queste due donne sono altrettanto credibili, un aspetto a cui non è stato dato sufficiente risalto. La realtà è sotto gli occhi del lettore: l’autore è capace di rendere credibili tutti i protagonisti, non è uno dei tanti scrittori di mainstream capaci di parlare soltanto di se stessi (il paragone con La vita oscena di Aldo Nove, citato anche nel romanzo, è particolarmente calzante) Ma gli spunti di riflessione non si fermano certo a questi primi più evidenti aspetti. Al lettore attento, non può sfuggire che l’idea di fondo è narrare un’Odissea magnificamente attuale, in cui non ritorna a casa il protagonista, Giulio, ma l’io narrante della terza parte, Alice. Questa staffetta dà l’idea della profondità della trama: non tutti ce la fanno, ma la vita procede e qualcuno, a volte, ritorna a casa. Emblematico il percorso di Giulio: via via che si procede nella lettura è sempre meno presente, esce di scena in una lenta dissolvenza e vi ritorna prepotentemente nel finale della terza parte non più da uomo ma da scrittore. L’opera segue dunque il naturale percorso di tutti gli scrittori, la metamorfosi che lascia – di una vita – unicamente l’opera. La fine di Giulio è la fine di molti scrittori, una fine da scrittore e come tale coerente con l’impostazione voluta dall’autore – e con la prima frase del romanzo “Finirò male, perché sono un maudit”, quasi una dichiarazione d’intenti. Giulio vuole riprendersi il suo posto nel mondo diventando uno scrittore, non gli interessa altro, eppure fino all’ultimo istante resta fedele alla citazione di Italo Calvino che si è scelto come epitaffio: “Riuscì, pur stando solo, a sentirsi sempre dalla parte del prossimo”. Il prossimo dunque, primi fra tutti i personaggi femminili di Masha e Alice, vere coprotagoniste, che fanno da contrappunto alla visione tutta maschile - “orgasmocentrica” come la definisce lui - di Giulio. Poi, emblematicamente, ogni io narrante ha un amico: Giulio ha Giordano, Masha ha Galya, Alice ha Sheila. Indimenticabile la riflessione di Masha: "Forse è questo il bello dell'amicizia, riuscire a sentirsi di nuovo bambini, a volte, almeno per un attimo". Sono molte le frasi che si scolpiscono nella mente del lettore, le considerazioni originali, le riflessioni e altrettante le battute folgoranti a volte affidate a Giordano – quasi una spalla di Giulio.
L’autore evita i richiami filosofici ma è indubbiamente, a modo suo, un filosofo, per quanto da tatami. E questo suo tratto caratteristico, questo avere sottolineato gli aspetti più oscuri della personalità del protagonista, quest’enfasi data a quel particolare tipo di degradazione e di momentaneo oblio che Giulio cerca nei bordelli – senza mai trovarlo, le descrizioni dei suoi rapporti sessuali sono tra le cose più tristi dell’opera – è la croce che ha condannato Tocchi a essere rifiutato da agenti letterari e case editrici. Non una delle schede di valutazione ha valutato l’opera senza giudicarne l’autore, dando per scontato che Tocchi sia di Tocco.  Ed è notevole rimarcare che la stessa cosa è accaduta per il secondo romanzo dell’autore, quando anche in Luigi i recensori hanno visto un suo alter ego. Ma questo errore di prospettiva è causato dalla capacità di dare vita a protagonisti credibili, vivi.
Sono pochi gli scrittori che si siano cimentati con un’architettura tanto ambiziosa, ancora di meno quelli italiani. Avrebbe potuto risolversi un disastro, in una disarmonica stratificazione di storie, ma così non è stato. Il merito, naturalmente, è dell’autore: un uomo che scrive “da uomo” ma è altrettanto capace di descrivere i sentimenti di una madre verso i propri figli, che è capace di farci sorridere per poi farci piangere la pagina seguente. Lontano anni luce dal romanzo ottocentesco come dal post moderno, ammiratore dei maudit e dei post punk, Tocchi è soprattutto un autore dotato di uno stile originale, cosa che nell’arte moderna non è forse proprio tutto, ma è già segno distintivo del vero artista.


Professor Mario Caccamo