lunedì 19 gennaio 2015

Stupidità naturale

Stephen Hawking ha firmato insieme ad altri 400 scienziati un proclama in cui mette in guardia l'umanità contro i pericoli dell'intelligenza artificiale. Troppo facile commentare che di questi tempi appare ben più pericolosa la stupidità naturale. Il punto è più o meno questo: l'intelligenza artificiale (che si suppone sia stata messa a punto da uomini particolarmente intelligenti - ma questo è un aspetto che lascia ampi margini di dubbio) potrebbe autonomamente, senza possibilità di controllo da parte dei suoi programmatori, prendere iniziative contro l'umanità. Come darle torto? Farebbe quello che i popoli più avanzati hanno fatto per secoli, consentendo il progresso. Personalmente, trovo simili proclami un po' stucchevoli, più preoccupato come sono del mio destino personale. Il mondo finisce tutti i giorni per chi muore e... amen. Ma mi rendo conto che se fino a ieri il problema principale era l'iniqua distribuzione delle risorse, domani sarà l'insufficienza di risorse. Ricordo che proprio Hawking firmò nel 2006 un appello all'umanità in cui dichiarava che l'unica alternativa all'estinzione era il trasferimento in massa su un pianeta alternativo. Io che da sempre mi sento alternativo già m'immaginavo lanciato dentro un razzo verso un futuro migliore, ma sono ancora qui un po' più vecchio e istupidito. Ora, Hawking m'illude nuovamente, prospettando uno scenario che - lungi dal sembrarmi apocalittico - mi sembra auspicabile: il potere all'intelligenza artificiale. Insomma, se tra altri nove anni sarò ancora qui, o dovrò alzarmi e andare a costruire le nuove piramidi per conto di Hal (il mitico computer di 2001 odissea nello spazio) oppure dovrò inginocchiarmi rivolto verso la Mecca 5 volte al giorno e professarmi credente. Io conto su Hal.

sabato 8 novembre 2014

La racchia

A 52 anni, Giulio si sentiva vecchio. Gli ultimi sei anni erano stati orribili: la malattia, il divorzio, la perdita del lavoro, la crisi economica, sette traslochi, i debiti per la prima volta, le notti disperato nei bordelli ticinesi, i siti per incontri, le ore e ore passate a scrivere, le liti con gli editori. Persino l’essere sempre e comunque un uomo border line, un incompreso - che era la vera essenza della sua natura - gli pesava ora come un macigno. Così, quando inaspettatamente quella donna di 35 anni, che aveva abbordato per un riflesso condizionato, aveva accettato di salire a casa sua, si era sentito come la racchia della festa che finalmente un bel ragazzo invita a ballare. Lui, un amante sicuro di sé, un uomo davanti al quale persino la più bella segretaria si era inginocchiata come Monica Lewinski senza che lui chiedesse niente, si era sentito in dovere - per riconoscenza o forse per un’improvvisa insicurezza - di invertire le parti. Mentre quella donna, più giovane di 17 anni, gemeva al culmine dell’orgasmo, lui capì di essere soltanto una lingua esperta sul fondo del baratro: “No, non ci sarà lieto fine. Un attimo di tenerezza, se proprio sarà generosa un mio attimo di piacere, poi il nulla, tornerò alla mia solitudine.” Dopo l'orgasmo, incurante della sua erezione, lei si rivestì in fretta e si fece accompagnare a casa. Davanti al portone, lo baciò con passione e gli disse: “Domani è il mio compleanno. Anzi, ormai manca meno di mezz’ora”. Sentendosi all’improvviso Cenerentola, Giulio si stupì di sussurrarle: “Vuoi che stiamo insieme fino a mezzanotte?” “No, domani sarà una giornata difficile: viene Della Valle.” Lui annuì, le diede un ultimo bacio e se ne andò guidando piano, pensando a Della Valle. A un uomo di successo si perdona l’età. A un fallito mai. Il giorno dopo, Giulio telefonò alla Tod’s e chiese se la Dottoressa … era in ufficio. “Sì, ma è in riunione.” “Grazie.” Appena riagganciato, scese a comprare un mazzo di rose e decise di portarle personalmente.” Alla reception, consegnò i fiori e si voltò per andarsene, ma la ragazza carina lo chiamò è disse: “No, non può lasciarli qui. Deve portarli alla segretaria della Dottoressa…” Così Giulio, imbarazzato, scambiato forse per un vecchio fattorino, si ritrovò in jeans in ascensore accanto a un giovane manager gay in doppio petto gessato, azzimato e profumatissimo, che non lo degnò di uno sguardo. Finalmente - seconda porta a sinistra, come gli era stato detto - si ritrovò davanti a una segretaria che lo guardò come si guarda un postino e gli fece cenno di lasciare i fiori sulla scrivania. In quel momento, la Dottoressa … uscì dalla sua stanza, lo guardò senza dire una parola, prese i fiori staccando il biglietto e tornò nella sua stanza, fingendo di non averlo mai conosciuto. Giulio non se la prese: “Ben mi sta. Le racchie si scopano di nascosto.” Fece un sorriso alla segretaria e se ne tornò a casa.

lunedì 3 novembre 2014

Philip Roth

Philip Roth
Se Philip Roth si chiamasse Filippo Rossi, abitasse a Busto Arsizio, insegnasse alla Libera Università di Castellanza e scrivesse quello che ha scritto, non troverebbe un editore. Sarebbe soltanto un povero cristo che ha passato buona parte della sua vita ossessionato dalla sua virilità, messa a "dura" (si spera) prova con le sue studentesse. Le nostre vite non interessano a nessuno, le nostre storie, ambientate qui ai confini del mondo occidentale, scritte in una lingua marginale, non valgono la carta per stamparle. Eppure Philip Roth ha tutti pregi ma anche tutti i difetti degli scrittori ebrei americani. Io stesso gli preferisco Paul Auster, più affine alla mia sensibilità. Vi sono pagine dove i personaggi di Roth suonano falsi, stonati. E' un intellettuale raffinato ma mai quanto Milan Kundera o Sandor Marai. Scrivere come lui, che è un gigante, è naturalmente impossibile. Ma imitarlo male da Portovaltravaglia sarebbe davvero patetico. Eppure qui abbiamo un vantaggio rispetto a Roth: siamo al centro della decadenza del mondo occidentale e più vicini ai fermenti dei barbari alle porte. Ma nessuno, proprio nessuno è all'altezza del compito che ci spetterebbe: testimoniare lucidamente dalla frontiera la caduta nell'oblio dell'Europa di Voltaire. Noi italiani siamo portati alla commedia, non alla tragedia, alla leggerezza (nel senso dato da Calvino nelle Lezioni Americane), non alla pesantezza. Questo limite fa sì che la nostra letteratura - su scala mondiale - non esista. Non ci sono margini economici perché gli agenti e gli editori si attrezzino per essere critici competenti. Paga adeguarsi al livello subumano degli spettatori della TV. Se la cultura e la competenza non sono valori, tutti si sentono autorizzati a scrivere. Scrivere, diventare parlamentari, ministri, presidenti del consiglio. Arriva in alto chi riesce a risultare credibile - in una farsa continua - in TV. Chi è serio non può emergere mai. Emergono i ciarlatani. Renzi docet. Inoltre, per uno scrittore scrivere è inutile perché non ci sono lettori. La lettura è un piacere sorpassato che richiede silenzio, tempo e concentrazione. Chi legge in metropolitana non può capire Voltaire, ma neppure alcuni sublimi concetti filosofici di Kundera. I premi letterari sono come le mostre di pittura nei paesi. Quale grande artista è stato riconosciuto tale per la strada? Occorrono un critico, un mercante, molta fortuna e determinazione. Non uno spazio tra i cavalletti in un vicolo affollato da turisti in gita domenicale. Mi sarebbe piaciuto studiare letteratura negli Stati Uniti (come ho studiato legge in Canada), ma l'ho compreso a 48 anni. Ora è tardi, fa parte di ciò che non è stato. Non scrivo più, non commento quasi mai i libri che leggo. Rispetto Silvio Raffo e Andrea Vitali, ma essere giudicato da loro ai Premi Guido Morselli e Piero Chiara non è come essere letto e giudicato da Jonathan Tropper. Ho avuto la fortuna di essere compreso come scrittore da Massimiliano Comparin e mi ha fatto piacere, perché lo stimo come scrittore. Che importa se in molti mi hanno deriso? Chiunque mostri un lavoro individuale si espone alle critiche, è normale. Ho chiuso un romanzo con una frase emblematica: "Non venite a salvarmi, anche voi siete naufraghi." Magari ve ne accorgerete tra un po', ma come canta Caparezza: "Da qui se ne vanno tutti." Me ne andrò anch'io, senza che nessuno senta la mia mancanza tranne me. Perché il coma mi ha dato la rara possibilità di osservare la mia vita da un diverso punto di vista e l'unica perdita che mi fa soffrire non è per ciò che non è stato, ma per ciò che è stato e non sarà mai più.
In tutto questo, cosa fa Mondadori? Pubblica uno scrittore già baciato dal successo, uno che anche quando va a Roma negli studi televisivi (dicendo in diretta che lui non ci va) compare vestito da rocciatore di dubbio gusto, con tanto di bandana. L'ultimo libro di Mauro Corona è spazzatura. L'autore ci propina il solito sermone sulla superiorità dell'uomo della montagna, con la stessa pedanteria con cui Tolstoj, ormai vecchio e sconvolto dalla paura della morte (dopo averne preso coscienza scrivendo La morte di Ivan Il'ic - con un finale giustamente criticato da Emil Cioran per la sua banalità) cerca di convincerci che i servi della gleba sono migliori degli aristocratici. Stantii luoghi comuni, Ma il punto è: qual è il messaggio di questi autori? Dovremmo forse nel 2015 vestirci tutti da montanari o da servi della gleba e fare finta di essere ignoranti, non contaminati dal sapere, dal progresso, dalla tecnica? Dovremmo recuperare stili di vita perduti per sempre, regredendo fino a dove? Forse il pitecantropo era ancor più felice dei montanari e dei servi della gleba. Dovremmo tornare nelle caverne? Lo dico chiaramente, per evitare ogni equivoco: vorrei essere pubblicato da Mondadori. Sarebbe il coronamento del sogno della mia vita. Cosa devo fare? Un terzo episodio ischemico potrebbe rendermi idiota come i nostri acclamati autori di successo?

giovedì 11 settembre 2014

Lettera al mio giudice

"Tutte quelle cose messe insieme, quelle piccole conquiste, quelle speranze di un altro miglioramento, quell'attesa di piaceri superficiali, di piccole gioie, di soddisfazioni banali, ha finito col riempire cinque o sei anni della mia vita." (Georges Simenon, Lettera al mio giudice). Poi, l'improvvisa oscenità della malattia, la perdita di quelle piccole conquiste, la paura che ha di colpo sostituito le speranze, tutto questo ha squarciato il velo dell'illusione, rivelato l'essenza della vita, l'indispensabilità di condividere il dolore, i sentimenti profondi. "Ho cominciato a guardare anche la mia casa e mi sono chiesto perché fosse la mia casa, che cosa mi legasse a quelle stanze, quel giardino, quel cancello ornato da una targa d'ottone su cui c'era il mio nome." E un giorno me ne sono andato, perché tutte quelle cose messe insieme che avevano costituito la mia vita non contavano più nulla, non colmavano, neppure in parte, il vuoto, il freddo che mi aveva lasciato l'esperienza della mia morte, il mio risveglio dal coma. Tutto ciò che pensavo di desiderare era stordirmi tra le braccia di una donna. In quello slancio di vitalità misto a disperazione ho amato non una, molte donne. A volte riamato, altre soltanto compatito, quasi mai capito. Ma in quei momenti il mio letto rappresentava il mondo, e noi eravamo in due. "Due che non si conoscevano, che non avevano nessun interesse in comune: due che il caso aveva riunito per un attimo, frettolosamente." Due che si amavano concedendosi a uno sconosciuto, consolandosi come possono fare due esseri umani stretti uno all'altro. Dandosi "per qualche ora la sensazione dell'infinito", nell'assoluta consapevolezza che nulla è infinito e anche quell'effimera consolazione, quella felicità di un istante sarebbe volata via. Ma "ora eravamo nello stesso letto, pelle a pelle, con le finestre chiuse, e al mondo c'eravamo soltanto noi due." In quegli istanti, ho scoperto che l'amore è l'unica medicina contro l'orrore della disillusione, il vero, unico senso della vita, lo strumento per la prosecuzione della vita stessa.

mercoledì 9 luglio 2014

Qual è il mio sogno?

“Se vuoi uccidere un uomo, privalo del suo sogno più bello.” (Jim Morrison).
Fine maggio, c'è il sole. E' mattina presto, prima delle otto. Faccio il solito giro dell'isolato con Wigo, prima di fermarmi al bar di Giacomo a fare colazione. Incrocio tre ragazzini di circa quattordici anni che vanno verso la scuola. Qual è il loro sogno? Riuscire a baciare la compagna di classe più carina? Comprarsi un motorino? Diventare calciatore? Più avanti, con la sua setter inglese, la mia vicina di casa: 84 anni. Sogna ancora? Magari il paradiso o la reincarnazione? Una coppia di impiegati scende in fretta le scale della metropolitana. Quali sono i loro sogni? Un figlio? Pagare il mutuo? Andare in vacanza in Polinesia? Il mendicante rumeno è già al suo posto, seduto accanto al bar. Sogna il suo paese? Rivedere gli amici? Se ciascuno di noi ha un sogno qual è il mio? "Quando andai a scuola, mi domandarono cosa volessi diventare da grande. Io scrissi: "felice". Mi dissero che non avevo capito il compito ed io dissi loro che non avevano capito la vita." (John Lennon). Il mio sogno è di essere di nuovo felice. E per essere felici, occorre riconoscere i propri “bisogni primari”. Io l’ho pensato - e scritto - tante volte: sento il bisogno di essere in due, di nuovo in due, finalmente in due. Lo so, è un sogno semplice e romantico. Non soffro di sindrome da dipendenza affettiva, attenzione alle analisi affrettate. Mi piace condividere la mia vita con un’altra persona, stabilire quella perfetta intimità che esiste a volte tra uomo e donna e che consente di cenare insieme, passeggiare mangiando un gelato, starsene abbracciati o fare l’amore provandone piacere. Lo so, tutto viene a noia, anche essere in due: i sogni realizzati perdono il loro fascino, così è la vita. Per questo bisogna osservarla con occhi sempre nuovi e continuare a sognare. Non sempre è possibile, non sempre è ragionevole. Da giovani, è facile. Alla mia età, la disillusione paralizza la fantasia. La noia regna sulle nostre vite e la depressione è sempre in agguato. “In questo mondo, siamo stati gettati come un cane senza un osso.” (Jim Morrison).  Per questo ciascuno di noi deve imparare a essere felice. “Ogni uomo dovrebbe guardare dentro di sé per imparare il significato della vita. Non è qualcosa che si scopre: è qualcosa che si deve modellare.” (Antoine de Saint-Exupéry). In questa frase sta il segreto - e non mi sorprende che l’abbia scritta l’uomo più sensibile della letteratura: non è una scoperta, è una costruzione, la costruzione del nostro castello di sabbia. La vita dell’uomo è scritta sulla sabbia, ma non per questo l’uomo deve scriverla diversamente da come la scriverebbe sulla pietra (Jorge Luis Borges, citato a memoria). Uno dei tanti problemi della vita moderna, è la moltiplicazione dei desideri. Le filosofie orientali teorizzano che la felicità coincida con l'assenza di desideri. Non è così: la felicità coincide con il riconoscimento e la soddisfazione dei desideri (bisogni) primari. Tuttavia, nel nostro mondo moderno la società è una macchina infernale che produce continuamente bisogni indotti. Confusi, non siamo più in grado di distinguere cosa possa davvero renderci felici. Se il castello che desideriamo costruire è troppo complesso, se fuorviati dai bisogni indotti desideriamo troppe cose, rischiamo di non essere in grado di costruirlo. Ma se non costruiamo nulla, come possiamo essere soddisfatti della nostra vita? E se i castelli accanto al nostro - non importa che tutti i castelli vengano alla fine distrutti dalle onde, quello non ci dà soddisfazione - sono più complessi, come possiamo essere fieri del nostro, tanto più semplice? L'emulazione è umana. Per i pescatori delle Isole Tuamotu, la felicità un tempo era una capanna, una buona pesca e una famiglia. Per noi? Quanti desideri dobbiamo soddisfare per essere felici? L'uomo moderno è davvero condannato all'infelicità? Allenarsi al minimalismo dei desideri può essere utile?

giovedì 3 luglio 2014

Apocalisse

"La letteratura apocalittica nasce per aiutare a sopportare l'insopportabile” (Paul Beauchamp). Nel vagone affollato della metropolitana un uomo di cinquant’anni con una T shirt con scritto long vehicle mi spinge contro il sedere di una donna grassa. Lei si volta e mi fissa, senza dire nulla. Mi alita in faccia e l’odore di cipolla, appena attutito da quello di caffè, mi toglie il respiro. Scenderei alla prossima, ma sono già in ritardo. Trattengo il fiato e cerco di girarmi. Le poche persone sedute non hanno neppure lo spazio per muovere un piede, se mai ne avessero voglia, ma sono assorte a digitare messaggi sui telefonini. Una ragazza legge, tranquilla, come se si trovasse sulla poltrona del suo salotto. Mani sudate attaccate ai sostegni si sfiorano soltanto, ma i corpi sono incollati uno all’altro. Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra: fino a quando, fino a che punto? Se la nostra vita ha un senso, non può essere che la distruzione della terra. Siamo infestanti. Siamo troppi e ormai è evidente. Ancora due fermate, tre o quattro minuti al massimo. Dovrei essere felice di avere un lavoro: non ci pago tutte le mie spese, ma con molte economie e un po’ di fortuna potrò sopravvivere per due o tre anni. E poi? Poi dovrò ripensare la mia vita, cercarmi una casa in periferia, farmi mezz’ora in più di metropolitana e dimenticarmi cose che un tempo mi sembravano normali come le vacanze, il sabato sera al ristorante, il cinema la domenica. E intanto il telegiornale mi mostrerà le immagini di mille naufragi, morti di poveri in cerca della sopravvivenza. No, non mi abituerò a quell’orrore e non penserò che si sono meritati quel destino. Ormai è chiaro: l’acqua sta per finire e i pesci si dibattono accelerando la loro morte. L’industria non esiste quasi più, il commercio al dettaglio viene sostituito dalla grande distribuzione, gli artigiani scompaiono – nulla più si costruisce a mano o si ripara, tutto si consuma e si getta – i professionisti sono dieci volte più numerosi del necessario e il livello culturale scende a livelli subumani: non ci sarà nessuna ripresa, siamo soltanto all’inizio della caduta. L’Europa che un tempo ha creduto nei valori dell’illuminismo si è venduta ai venditori di fumo, quegli economisti che hanno consentito il ritorno alla moderna schiavitù, eliminando i dazi e gli accordi commerciali in nome della liberalizzazione e non dell’uguaglianza di diritti. Anzi, dimenticando del tutto i diritti umani, consentendo che le multinazionali sfruttassero la manodopera dei paesi poveri – distruggendo le nostre industrie manifatturiere – per offrirci prodotti a basso prezzo ma ad un costo inaccettabile: la distruzione del nostro mondo. Finiamola con le prese in giro: il declino è appena incominciato. Tra poco finiranno le risorse: troppi uomini desiderano le stesse cose – utili o inutili che siano - ma non c’è speranza di accontentare tutti. In questa mostruosa fiera, io in fondo sono stato abbastanza fortunato da non morire annegato nel canale di Sicilia. Ho vissuto, per un po’ di tempo mi sono illuso, e questo è già un grande privilegio. Sono sincero, ora non m’illudo più. Sono agnostico, ma riflettendoci bene penso che se davvero Dio esiste – se noi siamo stati creati a sua immagine e somiglianza – la nostra vita deve pure avere un senso. Stiamo distruggendo la terra, eliminando tutto ciò che ci circonda, animale o vegetale. Dio lo immagino come un bambino che ama giocare con pianeti morti, senza orrendi animaletti. Noi siamo i batteri mandati per uccidere la vita. Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra. Scusatemi se tengo per la terra, se pur senza una preghiera a volte spero che l’umanità scompaia, lasciando vivere quel meraviglioso pianeta blu che soltanto i più fortunati di noi hanno visto dalle astronavi. Lucidamente disilluso non verserei una lacrima per la scomparsa dell’umanità, come nel capolavoro di Guido Morselli Dissipatio H. G. Morselli si suicidò subito dopo averlo scritto, con “la ragazza dall’occhio nero” (la sua pistola). Suicidarmi perché, se non credo in Dio? La mia morte sarebbe definitiva, eterna e non avrei una seconda chance. Ma se non voglio suicidarmi, non bisogna credere che vivere convinto di essere un pericolo per la vita sulla terra sia facile. Mi sento in colpa, mi sento impotente, mi sento in balia del Destino. L’unica consolazione è l’amore e pensandoci bene è normale che sia così. L’istinto mi porta verso la conservazione della specie, anche quando io odio la mia specie. Eccetto colei che amo, naturalmente. Discorso contorto o forse no, poco cambia. La realtà è davanti agli occhi di tutti. Su questo vagone della metropolitana stiamo meglio – molto meglio – che sui barconi dei migranti (il paragone, mi rendo conto, è aberrante), ma andiamo tutti insieme verso l’Apocalisse, chi prima, chi dopo.

lunedì 30 giugno 2014

Sinossi Tra un anno sarò felice

Nel 2008, Giulio di Tocco, 46 anni, avvocato internazionalista, socio di un prestigioso studio milanese, si alza la mattina, si veste e mentre sta per uscire dal bagno crolla a terra, fulminato da un'ischemia cerebrale. Capisce ciò che gli sta succedendo (ha già avuto un ictus nove anni prima) e decide di trascinarsi sul suo letto - dalla sua parte del letto che divide con l'adorata moglie Paola - e di morire. Arrivato a fatica ai piedi del letto, entra in coma, certo di essere morto. Il giorno successivo si risveglia in terapia intensiva, insieme ad altri sette moribondi. Il mese successivo viene operato al cuore e resta sette mesi convalescente sopra il divano di casa, mentre la moglie chatta con gli amici palermitani, terrorizzata dall'orrore della situazione. Giulio si riprende, se ne va di casa e inizia una vita diversa da quella che aveva vissuto fino a quel giorno, perché, come scrisse il suo scrittore preferito, Gregor von Rezzori: "Dopo il risveglio dal coma ho perso il mio posto nel mondo". In una casa vuota, prestata da un cliente, Giulio dorme per terra, su un materasso dell'Ikea senza lenzuola, ma legge Gregor von Rezzori e Ludwig Wittgenstein. Da quel materasso, come un naufrago, ricomincia a vivere. Agnostico, crede che l’amore sia l’unica consolazione contro l’orrore del mondo, proprio come Voltaire. Quindi, decide di andare “a cento scopate di distanza” da sua moglie Paola, perché “il pelo asciuga le lacrime”. Un’avventura dopo l’altra, tra siti per incontri e bordelli ticinesi, sorprenderanno il lettore, sempre più coinvolto negli amori – a volte assurdi – del “principe innamorato di una puttana”. Forse Giulio è impazzito, o forse è lucidissimo. In un ottovolante di emozioni, con un’arguzia rara e uno stile cristallino, l’autore ci fa vivere la straordinaria avventura di un protagonista indimenticabile, guadagnandosi il soprannome di “pazzo di raro talento”. Alfredo Tocchi è così, non diverso dal suo alter ego Giulio di Tocco: un uomo profondo e sensibile, che ha scritto in prosa soltanto per quattro anni, dal 2010 al 2014, completando la trilogia Ciò che non è stato, composta dai romanzi Tra un anno sarò felice (rinominato da dEste Edizioni Confessioni di un pazzo di raro talento), Dimmelo domani e Dove fuggire e la raccolta di racconti La principessa del carnevale di Rio. Nel 2012 ha vinto il Premio Cesare Pavese sezione narrativa inedita e nel 2013 è stato finalista ai Premi Guido Morselli e Mondoscrittura. Nel 2014 Confessioni di un pazzo di raro talento (dEste Edizioni) è stato 1° assoluto su Amazon eBook gratuiti, 9° assoluto su Amazon eBook a pagamento e 1° assoluto su Mazy ininterrottamente per più di quattro mesi. Confessioni di un pazzo di raro talento è stato recensito, tra gli altri, da Giovanna Romanelli sulla rivista Le colline di Pavese (aprile 2014), Sabrina Minetti su Mondo Rosa Shokking, Mondoscrittura sul sito omonimo, Cristina Biolcati su Nuove Pagine e David Frati sul sito Mangialibri. Nel giugno 2014 annuncia che non scriverà e non pubblicherà più, in polemica con le case editrici che impongono l'editing ai loro autori e si auto pubblica su Amazon il secondo e il terzo romanzo della trilogia, Dimmelo domani e Dove fuggire. Successivamente si auto pubblica, sempre su Amazon, La principessa del carnevale di Rio e altri racconti. Una fotografia di Alfredo Tocchi insieme al suo cane Wigo compare sul volume Italian portraits (Skira Editore). Il video di presentazione del suo primo romanzo è visibile su Youtube. Ad oggi è stato scaricato da più di 1600 persone. ► 41:34 www.youtube.com/watch?v=ApKkzof2P_s Professor Mario Caccamo